lunedì 2 febbraio 2009

domenica 11 gennaio 2009

Trieste è vicina

Trieste è vicina, l’azione on line:
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Il Blog di Franco Corleone
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Verdi di Ferrara
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Il blog di Maurizio Baruffi
http://ilbaruffi.blogspot.com/2009/01/trieste-vicina-parte-lazione-anche-on.html
Marcello Saponaro
http://www.marcellosaponaro.it/blog/2009/01/08/droghe-trieste-vicina/
ilKuda
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venerdì 26 settembre 2008

Morales e i nemici si parlano, mentre i contadini assediano Santa Cruz

Bolivia, parte un dialogo in salita
Si tratta su gas, latifondo, costituzione

Angela Nocioni
Rio de Janeiro
Con la pressione degli altri Paesi latinoamericani, e con la regia diplomatica del vicino Brasile, ieri a Cochabamba è iniziata la trattativa tra il primo governo indigeno della Bolivia e i governatori dei dipartimenti dell'Oriente, l'arma politica dell'estrema destra locale.
Sarà, per volere del governo, un dialogo a tappe forzate. «Si esce di qui solo con l'accordo fatto» dice il presidente. Ma è una trattativa difficilissima. Non esistono margini: vanno inventati.
L'opposizione al governo del Mas è apertamente razzista, filonazista. Lo rivendica, i suoi leaders si definiscono tali a microfono spento. Non sopporta l'idea di essere governata da indigeni. Questo innanzitutto. Le questioni del gas e della terra, importanti, vengono dopo.
Prima della nazionalizzazione dei giacimenti i profitti degli idrocarburi restavano sostanzialmente in mano dei governatori locali (l'Oriente è la parte più ricca di giacimenti). Ora, dopo la nazionalizzazione decisa da Morales, vanno a la Paz che li usa per finanziare una serie di politiche sociali, soprattutto le ridistribuisce sotto forma di bonus economici per vecchi poveri. L'Oriente vuole riprendersi quei soldi. Il governo non può cedere su questo punto senza essere travolto da sinistra. E la sinistra è per Morales cruciale, più della destra. I movimenti sociali, consapevoli del ruolo che hanno in questa fase storica in Bolivia, trattano ogni centesimo e minacciano fuoco e fiamme se non ottengono quanto chiedono.
La questione della terra, delicatissima, è forse il punto in cui con minori difficoltà si può imbastire una trattativa. Quanto dev'essere estesa una proprietà terriera (improduttiva) per essere considerata latifondo? Diecimila ettari, come chiede la destra, o cinquemila, come chiede la maggior parte dei movimenti sociali? Su questo punto si può forse riuscire a trattare. La nuova Costituzione, che l'opposizione considera pericolosamente statalista e troppo indigenista mentre il governo la ritiene necessaria per ridisegnare le istituzioni di un Paese dove fino a due anni fa vigeva un apartheid di fatto, deve ancora essere ratificata e quindi c'è spazio per emendamenti.
Ma il cammino è pieno di insidie. I nemici di Morales hanno tutto l'interesse a far saltare la mediazione. A loro, ricchissimi padroni delle terre d'Oriente in cui controllano tutto (dall'ultimo municipio a tutte le false cooperative dei servizi, passando per ogni singolo segmento dell'economia locale) conviene sedersi al tavolo per gridare che trattare con un governo socialista non si può. Scuse per interrompere il dialogo non ne mancano. Possono dire che non tollerano lo stato d'assedio decretato nel dipartimento di Pando, regione dell'opposizione in cui c'è stata la settimana scorsa una imboscata a sostenitori di Morales: 30 morti. Possono chiedere la liberazione del governatore Leopoldo Fernández, accusato dal governo di essere il mandante del massacro e al momento detenuto in una località segreta. Possono dire di non poter sopportare l'assedio a Santa Cruz che gruppi che contestano Morales ‘da sinistra' hanno messo in piedi chiedendo «l'immediata rinuncia del prefetto fascista Ruben Costa». Ruben Costa è stato confermato al suo posto un mese fa con percentuali altissime in un referendum revocatorio, la maggior parte dei cruzenos (piaccia o no) lo vota e lui non ha nessuna intenzione di andarsene.
L'accesso a Santa Cruz ieri sera era ancora bloccata da organizzazione contadine decise a far dimettere il prefetto ad ogni costo. «Non ce ne andiamo nemmeno se ce lo chiede Morales» dicono quelli che occupano un ponte strategico, 15 kilometri al nord della città.

19/09/2008 liberazione

L'autopsia rivela diverse ferite sul corpo

«Siamo tutti Abba»
Corteo a Milano in ricordo di Abdoul

È la Milano che reagisce, che non ci sta a veder morire ammazzato un ragazzo di 19 anni. Una Milano che non ha nessuna intenzione di nascondersi dietro il "litigio per futili motivi" e che vuol scoperchiare il pentolone razzista che ribolle tra le pieghe nascoste delle metropoli del belPaese.
Ed è per questo che ieri, centinaia di ragazzi, per lo più studenti, hanno sfilato per le vie del capoluogo lombardo. Una manifestazione nata per ricordare Abdoul Guiebrè, il ragazzo ucciso a sprangate la notte del 14 settembre scorso. «Siamo tutti Abba», c'era scritto su uno degli striscioni che aprivano il corteo. E ancora: «Contro razzismo e paure e pacchetti sicurezza, fermiamo le politiche dell'ignoranza».
Il corteo, al quale hanno partecipato anche la sorella e gli amici del ragazzo e che è stato organizzato dal Coordinamento dei Collettivi Studenteschi, è partito alle 9.30 da largo Cairoli, dove alcuni writer hanno lasciato sulla strada una lunga scritta che recita «Abba vive». Cantando in coro «Abba è uno di noi», il corteo si è poi diretto verso via Zuretti, nei pressi della stazione, dove è avvenuto l'omicidio. Molti indossavano magliette con la foto di Abba e la scritta «Addio fratello».
A quel punto, una volta arrivati nei pressi del bar Shining, proprietà dei due indagati per l'omicidio, una secchiata di vernice bianca ha inondato la saracinesca. Immediato l'intervento dei Carabinieri che, in tenuta antisommossa, si sono piazzati davanti al bar. Tutto inutile, il corteo è rimasto composto ad osservare il minuto di silenzio in ricordo di Abdoul. Poi, il fratello e la sorella del ragazzo ucciso, hanno ringraziato i ragazzi rinnovando l'appuntamento alla manifestazione prevista per sabato alle 14.30, con partenza da Porta Venezia.
I familiari e gli amici di Abdoul, intanto, hanno lanciato un appello «affinché le persone che hanno visto, che dalle finestre hanno scattato fotografie col cellulare o girato dei filmati, parlino e aiutino le indagini». Nell'istituto di Medicina Legale di Milano si è svolta l'autopsia sul corpo di Abdul Guiebre. Per il suo omicidio sono in carcere due baristi: davanti al Pm e al Gip, Fausto e Daniele Cristofoli (51 e 31 anni), padre e figlio, si sono difesi sostenendo che Guiebre è stato raggiunto da un solo colpo di spranga alla testa, nel tentativo di Daniele di difendere il padre Fausto.
Secondo i patologi il ragazzo sarebbe morto a causa di un colpo alla testa, ma ci sarebbero anche altre ferite sul corpo. Nessun dubbio che il colpo sferrato con la spranga, che teneva aperto il portellone del chiosco-bar dei Cristofoli, sia stato fatale. Resta, però, da stabilire il numero e l'entità dei colpi subiti dalla vittima. Saranno necessari ulteriori accertamenti, disposti probabilmente con una perizia collegiale, a stabilire se sono stati vibrati più colpi con la spranga e con il bastone metallico, le armi sequestrate dalla polizia in via Zuretti, luogo dell'omicidio.
Per quanto riguarda le reazioni al corteo della mattinata merita menzione quella del capodelegazione della Lega Nord in giunta regionale lombarda, Davide Boni: «I disordini avvenuti durante il corteo organizzato dagli studenti sono l'esempio lampante di come l'odio fomentato dall'estrema sinistra contro un movimento politico e contro degli onesti amministratori, possa influenzare negativamente la parte più giovane della nostra società. Scendere in piazza, strumentalizzando un tragico fatto di cronaca e paventando un allarme "razzismo" inesistente, è solo un metodo per alimentare una tensione sociale d'altri tempi». «Non è tirando bottiglie e barattoli di vernice - ha aggiunto Boni - che si commemora un ragazzo diciannovenne ucciso».

19/09/2008 liberazione

mercoledì 24 settembre 2008

L'altra Europa possibile nella tempesta della crisif

A SUD DEL NORD
il manifesto 19/09/2008
Il movimento altermondista riunito nella città più a sud della Svezia per dare nuovo slancio alle proprie iniziative. Minore l'attenzione mediatica ma numerose le delegazioni da Turchia, Russia ed Est europeo. Il Forum sociale europeo, in tono minore rispetto al passato, riflette a Malmo sulle ragioni dell'alternativa mai così attuale e necessaria
Giovanna Ferrara
Carlo M. Miele
MALMO

L'altra Europa possibile è riunita in questi giorni a Malmo, convocata dal Forum sociale europeo (Esf), che ha scelto la città più a sud della Svezia proprio per dare il senso di un maggiore coinvolgimento dei paesi del Nord e di quelli dell'Est. Ma, a dispetto dell'intento, qui il Forum sembra aver perso vigore rispetto alle precedenti edizioni. Solo un migliaio di persone si sono radunate mercoledì sera sotto il palco del Folkets Park, nel centro della città, per ascoltare gli interventi che hanno dato il via al Forum. Si parla dell'altra Europa possibile ma anche di un contesto mondiale che la stessa Europa non può ignorare. Al centro degli interventi c'è la recente crisi finanziaria degli Stati Uniti e le conseguenze che ne verranno. Un'ultima burrasca che - a detta degli ospiti dell'Esf - dimostra che sbagliano quanti affermano che l'agenda e le proposte del Forum Sociale sono superate. «Il crollo della Lehman Brothers - dice dal palco l'attivista indiana Vandana Shiva - dimostra che è giunto il tempo di reclamare una vera ricostruzione delle nostre economie. È giunto il momento di reclamare la divisione della ricchezza in modo più equo» e aggiunge «l'agenda, i discorsi e le azioni del Forum Sociale» sono «di attualità come mai prima». Su questo punto concordano un po' tutti gli esponenti del movimento altermondista. Anche Petter Larsson del Nordic Organizing Committee (Noc) cita l'ultima crisi finanziaria negli Stati Uniti per spiegare che «le cose stanno cambiando, le nostre questioni politiche ed economiche stanno tornando di attualità». «La cosiddetta 'guerra al terrorismo' - afferma nel media center allestito dall'Esf - è riuscita a spazzare dall'agenda molte delle principali questioni che questo movimento tenta di portare avanti, in materia di giustizia, di economia, ma penso che adesso i movimenti abbiano una grande opportunità per riaffacciarsi sulla scena mondiale». Il declino del Forum Sociale tuttavia è innegabile. A un primo sguardo a Malmo è difficile anche accorgersi della presenza del Forum. Nella città ex-industriale del sud della Svezia, tuttora in cerca di una nuova identità, la maggior parte delle attività e dei seminari, così come gran parte dei campeggi e delle strutture allestite per i partecipanti, sono relegate lontano dal centro. Nessun manifesto pubblicizza l'evento e appuntamenti e seminari sono dislocati in aree lontane tra loro e non facilmente raggiungibili. E pure la partecipazione di attivisti e di «pubblico» non sembra paragonabile a quella delle quattro precedenti edizioni. Vandana Shiva nel corso della conferenza stampa organizzata all'indomani dell'inaugurazione, si dice «completamente d'accordo sul fatto che l'Esf ha subito un rallentamento», ma spiega che ciò è avvenuto solo a causa di un errore di metodo, cioè per il fatto che «i nostri movimenti sociali sono focalizzati su dei problemi che oramai devono essere integrati, in quanto sono connessi gli uni agli altri». Per questa ragione - precisa - «l'indebolimento del movimento costituisce una pausa, un segnale di riflessione». Gli organizzatori ammettono che gran parte delle 20 mila persone attese arriverà dalla stessa Scandinavia e dalle regioni limitrofe, ma si difendono sostenendo che molti altri arriveranno nel fine settimana e in occasione della Street Parade di sabato. Larsson del Noc non ci sta a parlare di «crisi» del Forum. «Penso che sia giusto parlare di minore attenzione solo se con questo intendiamo minore attenzione mediatica, ma questo è dovuto soprattutto al fatto che il Social Forum non rappresenta più una novità». E a prova delle sue affermazioni cita il numero consistente di delegazioni arrivate dalla Turchia, dalla Russia e dall'Est europeo, «un fenomeno senza precedenti nelle passate edizioni», frutto anche dell'impegno degli stessi organizzatori, che si sono attivati per contattare le organizzazione e per pubblicizzare l'evento in quei paesi, arrivando anche a creare un «fondo solidale» per favorire la trasferta nel sud della Svezia. Moltissimi, forse troppi i seminari sui temi più disparati, che invece di essere approfondimento diventano frammentazione. Di buono c'è che vengono accorpate questioni prima trattate singolarmente. Il tema della migrazione finisce con l'essere connesso a quello degli accordi commerciali, rei di creare maggiore povertà proprio nei paesi in via di sviluppo. I seminari sul femminismo accompagnano i temi sulla precarietà, con il merito di dare un orizzonte più complesso alle questioni. Troppo poco è lasciato invece alla fase dell'iniziativa. A parte gli appuntamenti di sabato (Street Parade) e di domenica mattina (assemblea conclusiva) il Forum di Malmo sembra non avere un'ossatura programmatica. «Per rilanciare il Forum - sottolinea Vittorio Agnoletto, eurodeputato Prc - occorre progettare vertenze e poi, a distanza di tempo, procedere a una verifica delle stesse». In questo senso, si potrebbe guardare alla nuova formula adottata dal World Social Forum, che a una prima fase di discussione adesso ne fa seguire un'altra in cui si procede a proposte programmatiche concrete, su cui impegnarsi. I temi non mancano: «Sull'immigrazione - aggiunge Agnoletto occorre trovare un efficace metodo per boicottare la 'direttiva della vergogna' sui rimpatri. Sul lavoro bisogna lottare a fianco delle forze sindacali contro il provvedimento comunitario sull'orario, in nome del quale si arriverebbe a demolire la disciplina dei contratti collettivi e il ruolo dei sindacati. E poi è prioritario organizzarsi per testimoniare l'impegno del forum contro il G8 alla Maddalena nel 2009». Oltre alle organizzazioni arrivate dall'Est Europa, la manifestazione di Malmo è caratterizzata soprattutto dalla presenza dei paesi scandinavi. Da sottolineare l'intento degli organizzatori di «utilizzare» il Forum per sdoganare in Svezia la cattiva aurea che, da sempre, qui accompagna l'idea di un'Europa unita. «Non si può ignorare - dice Sara Andersson del Nocche molte delle decisioni che influenzano la vita dei cittadini vengono prese a Bruxelles e quindi speriamo che la manifestazione riesca anche a cambiare la percezione degli svedesi rispetto alla possibilità di costruire un'Europa che non sia solo dei governi, ma anche dei cittadini». Si tratta, sotto questo profilo, della prima iniziativa volta a influenzare la campagna elettorale per le elezioni per il Parlamento europeo del 2009, che avverranno in primavera proprio mentre toccherà alla Svezia, dopo il semestre ceco, guidare l'Unione europea. «Pur difendendo l'autonomia del movimento dalle istituzioni - continua Agnoletto - non è però più possibile ignorare l'agenda politica dell'Ue». Il concetto è che, al di là di tutto, la validità del Social Forum resta. «Anche se non può essere l'unica occasione di incontro - dice Larsson - ritengo resti comunque importante per i movimenti ritrovarsi in un unico posto fisico, confrontarsi, parlare di strategie e cooperare».

martedì 23 settembre 2008

Il neofascita italiano Diodato fra i registi della strage di Pando

BOLIVIA
il manifesto 19/09/2008

Nelle indagini condotte per far luce sul massacro di 15 contadini indigeni, avvenuto l'11 settembre scorso nel dipartimento di Pando, emerge la pista neofascita italiana. L'ex parà cinquantenne originario dell'Abruzzo, Marco Marino Diodato, sarebbe secondo Michel Irusta, ex parlamentare e giornalista boliviano, legato al prefetto di Pando, Leopoldo Fernandez, in questo momento agli arresti per aver violato lo stato d'assedio imposto nel dipartimento, e con lui e altri in combutta nel finanziare gli squadroni responsabili del massacro dell'11 settembre. Dello stesso avviso il giornalista Wilson Garcia Merida secondo cui, Diodato avrebbe operato recentemente nei dipartimenti «ribelli» della Mezzaluna (Santa Cruz, Beni, Pando e Tarija) «organizzando gruppi di killer». Il neofascista, trasferitosi in Bolivia alla fine degli anni '70, in passato ha lavorato per il dittatore Hugo Banzer, di cui sposò la nipote, e Luis Garcia Meza. Accusato di gestire un clan di narcos è stato condannato a 10 anni e dal 2004, dopo un'evasione, è latitante.